venerdì 30 novembre 2007

Sala Gap: Once

Immaginate un cantautore di strada irlandese, chitarra sfasciata e peli rossi arruffati sulla testa. E una pianista cecoslovacca delicata e curiosa. Immaginate un'aspirapolvere trascinata come un labrador blu e il fondo di un bus riempito di accordi duri, tirati sulle corde grasse di un'acustica. Ascoltate le risate.
Provate ad immaginare poi la musica, il calore del lavoro condiviso, sentimenti che si fanno parola e suono.
Poi smettete. Che sennò vi raccontate un film che uscirà anche in sala, a breve.
Più di tutto ho invidiato il non avere il talento della musica.
Più forte, ho sognato di mettere su una band che fa solo parole, di notte.

giovedì 29 novembre 2007

Sala Gap: aspettando che si spengano le luci

Ginocchia: visto che film che ti ho scelto a naso? non sono una figata?
Fukuda: certo, belli! 
Ginocchia: no, dico sul serio, ma ti sono piaciuti?  
Fukuda: in che senso, scusa?
Ginocchia: nel senso che atté, cosa cazzo ti piace? che mica si capisce.. 
Fukuda: ammé, mi piace tutto quello che è arte, decadenza ed anarchia..
Ginocchia: e l'amore?
Fukuda: no, l'amore mi fa solo incazzare!!
Ginocchia: [tra i denti, ridendo] mpfh..

mercoledì 28 novembre 2007

Sala Gap: la ferrovia

Lei non ha un nome. È solo un sorriso splendido che attende in piedi sul bordo della banchina. Uno di quei sorrisi tutti fatti di malcelato imbarazzo, mascalzonaggine e tenerezza. Sta lì ad aspettare, nelle mani una busta di carta con dentro una tazza di caffè caldo, dei dolcetti coreani, il nuovo numero della rivista "Lo stagno".
Appena arriva il treno della metropolitana bussa sul vetro del macchinista e glielo porge. Lui non ha neanche il tempo di ringraziarla che deve già ripartire. Giusto un istante per chederle il nome. E come fa a conoscere a menadito i suoi turni ballerini, da mesi ormai.
Lei risponde con un passo fermo all'indietro. Ed il sorriso.
Il treno riparte con una sorta di sibilo doloroso del metallo.
Lei, che non ha nome, si avvia zoppicando verso il buio della galleria.
E non dirò altro per non svelare. Solo che non è la protagonista del film, ma una fugace apparizione.
Lei, che non ha nome, meriterebbe un film tutto suo.

martedì 27 novembre 2007

Sala Gap

Ci sono film in cui s'inciampa quasi per caso. Storie che non sai in lingue che non conosci.
Neve, freddo, tende da doccia, ragazzine senza tette, teste rotte negli ingranaggi del pensiero. Bambini, cani, bambini-cane.
L'immaginato scivola sulla realtà di ghiaccio crudo -non c'è mai via di fuga, neanche con la fantasia- tagliente al risveglio.
Vite frammentate, raccontate in frammeti caleidoscopici di schermo.
[Dannato splitscreen! E fantastico anche, nell'evocare l'anima spezzata e ritorta di Tracey! Solo che avrebbero dovuto dare topiramato per tutti all'ingresso dell'Ambrosio 1.]
O forse ci sono solo storie che devi ascoltare per forza, come un destino, una necessità. Come un richiamo di vite che non stanno nell'intero.
Intanto, per stasera, ho scelto di nuovo a istinto.
Vi dirò, magari, domani.

venerdì 23 novembre 2007

Spalancato

La pasta con le sarde, nella sua segretissima variante villarosana -ricetta tramandata oralmente sbagliata di madre in figlio- è un tripudio di sapori in contromano. Sarde, finocchietto, pinoli, uva passa, mollica.
Sui fuochi, l'acqua troppo dura non vuole cominciare a bollire e io sbuffo al suo posto, impaziente. Il sugo si stringe lento. Nella padella grande, i finocchietti buttano fuori acqua da lasciare evaporare.
L'improvviso tocco di nocche sul vetro mi distoglie dai fornelli.
Bestemmio e apro la porta d'istinto, senza chiedere chi è.
Mi ritrovo davanti due ragazzette poco più che ventenni, una tutta avanzi di dred e frangetta nera, anfibi e jeans larghi, coperti da un larghissimo vestito bianco, l'altra biondina, dall'aria puntigliosa e ordinata.
Con un filo di voce dall'accento francese mi dicono:
- Scusa, siamo rimaste chiuse fuori casa. La serratura si è rotta. Ci presti un cacciavite?
- Certo! - rispondo mentre comincio a frugare nella cassetta degli attrezzi.
- Siamo al secondo piano, noi. Ma nessuno ci ha aperto.
- Ma avete chamato i vicini, il padrone di casa, qualcuno? Il fabbro?
- Sì. Ma nessuno ci ha aperto.
- E siete dovute arrivare fin quassù per trovare un cacciavite? Che palazzaccio! - provo a sminuire mentre scendo con loro per dare un occhiata alla porta.
Le mie doti di scassinatore sono piuttosto scadenti. Non riesco a fare molto altro che smontare un paio di viti e levare la chiave incastrata. Ma di aprire non c'è verso.
Mentre aspettiamo il fabbro le invito salire, inutile stare sulle scale al freddo.
Prepariamo il caffè e offriamo loro paste di mandorla e frutta martorana.
- Che giargiani!- mi scappa di pensare.
Sono simpatiche Alice e Muriel, piene di quella cocciuta spensieratezza delle studentesse in Erasmus. Piene anche di un certo qual allegro appetito: mangiano come due minatori polacchi [ad occhio, direi fame chimica]. Fanno anche amicizia con l'ostile gatto Arturo mentre raccontano del loro primo anno a Torino, delle feste di architettura, delle scorribande in collina, del balon.
Il citofono interrompe le chiacchiere. Il fabbro.
Mentre scendono di corsa allungo loro un pacchetto di biscotti. Mi è sembrato gli siano piaciuti.

L'acqua, intanto, ha cominciato a bollire. Mentre butto duecentotrentotto grammi di penne rigate Garofalo mi capita di pensare che è bello lasciare porte sempre aperte.

giovedì 22 novembre 2007

Fisiognomica Lombrosiana Applicata

Ginocchia: ieri ho conosciuto la nuova fidanzata del Baro.
Fukuda: e com'è? 
Ginocchia: è di Soverato. 
Fukuda: in che senso, scusa?
Ginocchia: nel senso che ha caratteristiche fisiognomiche evidentemente calabre.
Fukuda: cioè? ha la figa che sa di peperoncino?
Ginocchia: mmh.. non so, non siamo diventati così intimi!
Fukuda: ..
Ginocchia: però, ora che mi ci fai pensare, ecco perché il Baro tiene sempre una bottiglia d'acqua vicino al letto..

[Disclaimer. Se io sono un idiota non è colpa mia. È solo che sono circondato da emeriti deficienti!]

mercoledì 21 novembre 2007

Arianna

La giornata comincia allegra.
Nonostante, intorno, sia tutto completamente grigio. Il cielo, l'asfalto, la pioggia sputata diagonale. Anche i colori paiono ingrigirsi, come di velo.
Una di quelle mattine da mettere su Disintegration ed ascoltarlo diciannove volte di fila, accucciato sul divano con il gatto sulla pancia.
Forse questo giorno voleva nascere in bianco e nero. Come un vecchio film francese.
[Ci sono giorni che manifestano volontà cinematografica propria].
Ma non fa nulla.
Oggi è nata Arianna. Secondanipote. Tre chili e sette, viola come tutti i nuovi nati -per quella sorta di allergia alla vita che ci prende appena fuori dal sicuro del ventre- e di zazzera nera.
Non la vedrò prima di Natale, Sorellauno è scappata lontano. Non mi godrò le scene allegre delle zie zitelle appiccicate al vetro di Primonipote:
- Guarda, guarda! Mi ha riconosciuta! Oh! Mi saluta!
- Oh, zia! E' che c'è il vetro e non si sente. Ma già parla e ti stava anche chiamando per nome.
- Te piantala di farmi ridere che mi si strappano i punti! - mi zittiva tenendosi la pancia Sorellauno.
Mi mancherà tutto questo.
Come mi mancherà addormentarmi di domenica pomeriggio col dito tenuto stretto da una minuscola mano. I giochi seduti per terra, cambiare pannolini lisergici senza respirare, i primi passi incerti, la mela grattata, il pomodoro con lo zucchero, le parole arrotondate, le paure, gli spunti di fantasia. Mi mancherà non potere essere zio come lo sono stato per Primonipote.
Ci capiamo, io e certi bambini.

martedì 20 novembre 2007

Nella nebbia

Il sonno agitato della notte mi abbandona poco prima delle cinque. A svegliarmi, un sogno che non ricordo.
O meglio, ho memoria solo della nebbia in cui mi perdevo, della solitudine di un albero di cachi e del bambino che portavo sulle spalle, avvolto in una coperta.
Null'altro.
Inevitabile alzari ed incappucciarsi nella felpa grigia. Fa freddo, prima dell'alba, quando si è così soli.
Vegliare chi dorme è come stare sott'acqua, ogni movimento dev'essere controllato, anche l'ansia. Il fiato va trattenuto con la paura, a farne una miscela improbabile di coraggio.
La solitudine che mi è più faticoso affrontare è proprio questa accompagnata.
Come quando vegliavo le notti deliranti di mio padre.
Inventarsi sempre nuove fondamenta su cui costruire un coraggio immaginato, perchè sai che gli altri si reggono sull'immagine di te.
Questa guerra non è mai finita.
Non finirà mai.
Come se io non esistessi se non dentro i contorni del dolore, se non affossato in una specie di trincea.

lunedì 19 novembre 2007

Dalla finestra

Fuori il cielo è bianco, come l'aria greve e gelata. Si sta facendo un lento buio di latte. Si sfaldano i contorni delle case intorno, come fosse di sabbia svanisce il rosso dai tetti, l'ocra dei muri.
La solidità delle cose è un errore di parallasse dell'occhio giulivo. Volessi allineare il cuore ai pensieri vedresti quanto sono fragile. Quanto tutto sia fragile. Vedresti che non sono stato io a farti quei graffi. Che non ho più unghia a furia di scavare la terra. Vedresti.
Il riflesso del vetro mi restituisce un lampo di me, addosso solo una specie di paura. Ho denti digrignati e orecchie tirate all'indietro. Zoppico sempre. È il peso di chi non c'è a trattenere il passo alla fuga.
Il vapore di un sospiro sbianca la tela.
Mento solo tacendo.

giovedì 15 novembre 2007

Di fronte alla TV

Siamo in tre sulle scale ad arrancare. Quattro piani sono davvero troppi con tutti quei chili da tirare su a mano, soprattutto se, arrivati in cima, si deve smontare il tutto perché non passa dallo stretto del ballatoio.
Smontare fuori, rimontare dentro. Manco fosse la tristezza di una nave in bottiglia.
Però, finalmente, dopo circa tre mesi di attesa ed alcuni ospiti accampati alla benemeglio sul pavimento, è arrivato il mio anelato divanoletto. Sta lì, proprio di fronte alla TV.
Accorrete numerosi, che devo ottimizzare l'acquisto ospitando a manetta!!
Sempre che Arturo vi ci faccia salire, visto che se ne è impossessato immediatamente!

mercoledì 14 novembre 2007

La consistenza della aria

Pensieri inconfessabili, oggi.
Pensieri che non c'entrano niente.
Come quando piove col sole e non si vuole smettere di giocare. Solo ridere e foglie, dita nella marmellata, gambe levate a una voce che chiama.

martedì 13 novembre 2007

Feritoie

Le mie notti sono quelle della sentinella.
Accucciato in una coperta di lana grezza, il moschetto dei sogni stretto in mano, veglio la malinconia che sta acquattata oltre la linea immaginaria del fronte.
L'armistizio del giorno lascia spazio a qualche ora di sonno.
Ma sono Giovanni Drogo che attende e non posso dormire.
Sento battere le ore. L'una. Le due. Le quattro. Ultime le sette, per potermi alzare e accendere il fuoco sotto il caffè.
Intanto scruto il buio, una serie ordinata di tetti rossi, di finestre che ad una ad una si spengono -un abbandono centellinato di giallosodio, l'aguzzo della mole che infilza il cielo. Infilare un apostrofo e scivolare qualche consonante più in là è un gioco che mi diverte in questa veglia solitaria: l'aguzzo dell'amore che m'infilza, dico al gatto che mi sta sulla pancia. Gli ho rubato la poltrona, spostandola vicino alla finestra, ma lui sembra felice di avere un compagno di caccia per questa notte.
- A caccia di chimere! - sembra incitarmi col giallo feroce degli occhi.
Il letto l'ho lasciato vuoto. Non ho cuore di avere un sonno diritto. Voglio svegliarmi con la schiena che duole, le ossa rotte di freddo, la gola che brucia, gli occhi pesti.
Ho fantasia potente a tenermi compagnia e la notte è tela che posso provare a dipingere.
Ci sono ritratti che faccio a memoria, unendo le stelle con la punta delle dita. Sono fatto di sali grezzi d'argento e certe luci taglienti si infliggono indelelbili nella memoria.
Stanotte, sono stato ad un ballo di ombre.

lunedì 12 novembre 2007

Di Domenica

Prendete un vecchio ex-carcere chiamato "Le Nuove", metteteci dentro una mostra d'arte contemporanea e, appena fuori dall'ingresso del primo, cupo corridoio, due cortesi signore che distribuiscono un volantino tagliente: "Che la parata dei paraculi abbia inizio! Si aprano le danze, i banchetti e le sfilate alle ex-Carceri Nuove di Torino, dove Ignazio Vian col proprio sangue, prima di essere impiccato, scrisse: meglio morire che tradire".
Dietro al foglio, le lettere dei condannati a morte.
L'allegria dei giovani artisti subito stride con il peso della storia che grava sulle sbarre. Sulla luce tagliata a striscie che decora il pavimento e toglie l'aria.
Non che non siano bravi, non che non abbiano originalissime idee spolverate di ovvietà in computer grafica.
É solo la completa assenza della memoria in un luogo che è memoria a sconvolgermi.
Lo stomaco mi si è torto ad ogni cigolio di cancello, come ad ogni parola fuori luogo. Già rotto dalla prima frase incisa sul muro del braccio femminile: "Qui si fa strage di sogni".

venerdì 9 novembre 2007

Imperfetto

Fukuda: oggi è una giornata troppo bella per essere così malinconici, guarda che sole, che colori autunnali, che riflessi sull'acqua!
Ginocchia: l'ho sempre detto che voi dark siete tutta una recita! fanculo!
Fukuda: [perplesso] ..
Ginocchia: [meditabondo] ..

[Silenzio. Il sole illumina un'aiuola piena di margherite candide, alternate con regolatità geometrica ad altri fiori viola. Qualche rafanobrassica definisce i contorni del lavoro dei giardinieri. Ginocchia guarda i fiori, poi Fukuda, poi il sole. Poi di nuovo i fiori. Infine si getta, scalciando e calpestando con rabbia, dentro l'aiuola.]

Ginocchia: [iracondo] e poi li odio sti cazzo di fiorellini di minchia! Tutti così maledettamente perfetti. Belli. Lindi. Interessanti. Intelligenti. E vaffanculo. La odio la perfezione, la odio!! La odio. Hai capito che ti odio?
Fukuda: [basito] ma che stai facendo?
Ginocchia: te fatti i cazzi tuoi!
Fukuda: dai, vieni via!
Ginocchia: [quietandosi] e dove?
Fukuda: diamoci alla macchia!!

giovedì 8 novembre 2007

Fichi secchi

Dei miei undicimilanovecentoquarantadue giorni ricordo i diciannove più cupi. Con lucida esattezza si sono incisi indelebili nella memoria.
La forma di mani, l'odore chiuso dell'aria, il vuoto che si apriva alla finestra.
Il tiglio giovane, che mi è fratello in linfa, lasciava cadere foglie come cuori. Tutte mangiate da bruchi di falena.
E poi suoni bassi di voce, fruscii di gambe leggere, qualche lacrima discreta.
Il senso della perdita.
Fossero persone, verginità, sentimenti.
Notti come ieri rivedo tutto come un film. Diciannove cortometraggi proiettati sullo schermo delle meningi. E i titoli di coda incollati con lo sputo.
Dei restanti undicimilanovecentoventitre giorni rimane il senso vago di una vita impilata come fichi secchi sullo spago. Allegra e triste. Felice e no. Liscia e aspra. Bella. Brutta. Storta. Retta. E l'infinito gioco dei contrari.

mercoledì 7 novembre 2007

Inettitudine #2

A me piaceva la mia inettitudine.
Che mi lasciava leggero e libero. Quasi distratto, all'apparenza. Come quando cammino con aria svagata, parlo da solo a voce alta e rido. Che la gente mi guarda stranita e allora posso solo arrossire: "No, non sono matto! È solo una storia che ho qui nella testa!".
Era il mio modo di dire che non ho catene da mettere, che non ne voglio.
Allora, vi prego, spiegatemi cos'è questa specie di peso nel petto? Il nodo in gola che non mi lascia dormire? I pensiero cupo che devo nascondere? No, non è gelosia, vero?

martedì 6 novembre 2007

Vetri rotti

Ci sono istanti in cui la realtà pare incrinarsi e i giorni essere invasi di improbabilità. Come crepe che si allargano.
Aspetto che passino, con lo scotch in mano.
Una volta ero bravo a riparare.

lunedì 5 novembre 2007

Mai di troppo

Il grande raccordo anulare è un anello di lamiere nervose. Famiglie stipate nelle utilitarie, affrante signore dalla sigaretta perennemente piantata in gola, coppie che litigano proprio affianco a me, bambini addormentati che lasciano segni di lumaca sul finestrino. E noi che cantiamo dentro una Maruzzella stipata all'inverosimile. Probabilmente le scarpe invernali della Prof basterebbero a farmi accusare di contrabbando.
Guido nervoso. Svicolo, come chiuso in una gabbia.
Torino è ancora lontana e continuo a non sapere dormire la notte.
La strada mi si apre improvvisa di lato, in una serie di strisce diagonali parallele. Ne approfitto subito per cercare di cavarmi di dosso il camion che mi appesta davanti. Una macchina azzura, da dietro, tenta la stessa manovra.
Mi chiude, li mando affanculo con gesto eloquente.
Accendono un lampeggiante. Vedo la paletta agitarsi nell'aria.
Cazzo - è l'unica cosa che riesco a pensare quando mi fermo di lato.
Mentre mi minacciano di ritiro della patente abbozzo una scusa.
- Agente, mi hanno chiuso a sinistra e mi sono infilato in quel poco di spazio. Io? Sorpassare così? Non oserei mai.
L'agente, occhiali scuri e cranio rasato, si china a spiare il nostro confuso abitacolo. Cappotti, scarpe, valige, una gerla piena di agli e cipolle, mele annurca, un piennolo di pomodori, la pastiera di Scaturchio.
Poi, fissa un poco la Prof.
Un poco troppo.
Allorché mi giro a guardarla anch'io.
Ha lievemente inarcato la schiena e si tiene il ventre. Sorride. Gonfia un poco la pancia e cerca di tenere l'aria seria e condiscendente.
- E fino a dove dovete arrivare?
- Torino.
- Vabbè, andate. Ma piano.
- Grazie, agente - sorride sgonfiandosi.

[Sia benedetto quel salvifico chilo, l'aria gioviale ed il cerotto Evra. Ma soprattutto il genio dell'improvvisazione.]

venerdì 2 novembre 2007

Ceramica

Certo, non si dovrebbe scrivere mentre ci si lava i denti, pendolando tra il lavandino e qui! Le persone a modo sanno come fermarsi a dir cose pensate.
Parlare, magari, di questo sole inaspettato che mi restituisce il taglio del sorriso, del coraggio di farmi la barba al vecchio specchio rotto. Di come ho riso stamattina, da solo per la strada, o delle parole rubate all'alba sottovoce.
Eppure, questa schiuma alla bocca è la cosa più sincera che possa dire ora.

giovedì 1 novembre 2007