lunedì 31 dicembre 2007

Trentuno

L'aria è viziata di normalità.
Se ne sente l'odore feroce a ogni passo strascicato per strada in avanti, a cercar spazio tra la gente impegnata a comprare l'ultimo paio di mutende rosse, l'ultimo chilo di lenticchie, l'ultima zampa di porco. Solo qualche colpo di fucile lasciato partire in anticipo fa tremare l'atmosfera inerte.
Non è un giorno da resa dei conti, questo. Da bilancio.
È un giorno freddo, niente più.
L'anno inizia a settembre e la linea dei conti va tirata sul finire di agosto. Nessun proposito può essere mantenuto se non comincia niente e niente finisce. 
Non è neanche un giorno di festa.
Nulla vibra intorno, nulla risuona nel mio vuoto. Non ha magia questa festa finta, fatta di rumore e risate forzate. Non ci sono neanche più le carte a farmi tremare, con quei re di denari e otto di coppe che ci facevano vacillare le mani sul bicchiere e litigare feroci attorno al piatto. Finché non arrivava la nonna mettere pace.
Perduto il mazziere, perduto il paciere, s'è chiusa la bisca.
E ora non ci resta che scommettere sulla felicità ricamata una sera di fine settembre nel tepore barocco di un'altra città.

[BRACCO - Brigate Rivoluzionarie Abolizione Capodanno Cristiano Ong]

venerdì 28 dicembre 2007

Arianna

Secondanipote è di capo nero e sguardo azzurro cupo. Pare vedere lontano, ma forse è solo l'occhio lento dei bimbi a ingannarmi. Piange spesso, la sera, di un pianto dirotto che è un grido nervoso, quasi autoritario, ma inaspettatamente basta la mano calda sulla guancia per rasserenarla. E qualche corsa lungo il corridoio per farla ridere.
Una neonata come tante.
Ma porta già chiari i segni della stirpe da cui viene: il pelo riccio sulla testa, la cocciutaggine assurda, l'appetito insaziabile e la fame di carezze, i sorrisi che le si aprono imporovvisi sul viso, senza apparente motivo, come ci fosse un filo di pensieri sepre altrove. La gran faccia di bronzo.
Ora aspettiamo.
La curva del naso farà il resto.

lunedì 24 dicembre 2007

Ventiquattro

Oggi è Natale.
Lo si sente dai profumi che escono dalle cucine, dalle voci allegre che si incrociano per strada, dal suono liscio delle borse cariche che si strusciano. Oggi è Natale. Non confondetelo con domani, che è solo una domenica aggiunta al calendario.
Oggi le cucine sono vive di donne in grembiule a fiori e mani infarinate, di uomini che mondano verdure o sgherigliano noci, sempre che riescano a rientrare un po' prima. Di bambini che fanno capolino dalla porta per rubare uno spicchio di pasta cruda.
Gli alberi sono accesi e ancora verdi del sottobosco frusciante dei pacchi. I presepi ancora vuoti, in attesa, come l'aria che si respira.
Che si respirava.
Adelina, immersa nell'impasto delle cassatelle, era solo una voce che cantava. Nonna, di mani grandi, sflava. La pasta si ammansiva, come domata dai solchi profondi sulle dita. Zia Elle badava a friggere quelle piccole delizie ripiene i ricotta o marmellata.
Sorellauno e Sorelladue architettavano piani d'assalto al nascondiglio dei regali, mentre io aspettavo alla finestra che mio padre tornasse. O ancora più forte aspettavo la voce che mi comandasse di uscire nel freddo di luci colorate.
- Ginocchia, corri a prendermi al vanillina, che l'ho finita.
- Sì, mà! Vado.
Cosi incominciava il Natale, immergendosi nella gente che sembrava felice. Nel suono accogliente delle parole, nel gelo muto dei due pini davanti casa, nel miracolo dei colori.
Finiva poi ben dopo la mezzanotte, annodato a un mazzo di carte.
Il sette e mezzo un vizio di famiglia.

Buon Natale. A tutti voi.

venerdì 21 dicembre 2007

Lettera natalizia per chi se ne andato

È la letterina di Natale, questa ridicola. Ché la fame di dire non me l'ha prosciugata alle labbra lo schiaffo delle ultime parole lontane.
Allora si approfitta delle feste non più sentite per sviscerare il calore di dentro che nulla
più cava di fuori, tanto a fondo s'è rintanato.
Ci si occupa delle persone a cui si vuole bene, in questi giorni di freddo, dicono. E io mi devo occupare di te che non sei più qui. Non basta lo spazio interposto e il silenzio a farmi gelare il sangue di dentro, anche se è una distanza che non si colma col dire. Necessario è solo sentire.

Ti penso ogni giorno, perché mi sei dentro. Entrando da non so quale breccia lasciata nella difesa di me -ah! come avrei voluto esser solo me stesso e non questi altri che m'affollano i giorni!- e nascondendoti in fondo, qualcosa e rimasto. Forse anche solo il senso del vuoto. Ti voglio bene, per questo non so dimenticarmi di te e, ottuso, aspetto Natale per raccontartelo. Anche se non mi vedi venire nella tua casa di pietra sul monte
vecchio, ti penso ogni istante del giorno. Perchè il coraggio che mi hai regalato mai lo ritroverò. E ci penso, come se a ricordarlo potessi riprenderlo. Perchè mi piaceva com'ero nella presenza di te, più solido, intero, determinato. Come se sulle tue fondamenta malconce potessi governare il mio magma. Farne qualcosa di senso.
Avrei potuto essere un uomo migliore, prima.
E ti penso, anche solo
perché vedere il tuo brutto muso nella memoria mi apre al sorriso.
Mi manchi di aria non respirata.

giovedì 20 dicembre 2007

L'infelicità al contrario

L’acqua mi accoglie in un abbraccio di peli rizzati e desiderio bluastro di mare.
Silenzio di bolle che scioglie il grumo ritorto del mio amaro pensare che manchi, con la testa che duole, il vuoto nel petto, il corpo che scivola nell’acqua di cloro.
Manchi. E lo dice la vita che ancora mi brucia e trema al pensiero, le foglie morte dei tigli che parlano al vento nel crepitio dei miei passi. Lo dice quest’acqua smossa di braccia, di piscio e sospiri.
Che mi manchi lo ripete testardo ogni passo del piede, ogni giro di sangue voluto dal cuore.
E viceversa. 

martedì 18 dicembre 2007

I dubbi della vita mi pongo

Ginocchia: [pesieroso] chissà perché alle femmine piace così tanto essere sculacciate?
Fukuda: [serio] non so, credo non sia per il gesto in sè, ma per la musica..
Ginocchia: [perplesso] la musica?    
Fukuda: [serissimo] sì, tu prova con qualsiasi altra parte del corpo e non otterrai quello stesso identico suono! secondo me è quello!!
Ginocchia: [tra i denti, ridendo] mpfh..

lunedì 17 dicembre 2007

Cadere

Nevica. Una neve di fiocchi grandi che la terra si mangia come affamata di acqua. La mia fame di bianco si sazia, invece, nel cielo che inutilmente continua cadere. Solo qualche pino si lascia ammantare, nulla più.
Simile a quest'ostinazione di neve è il mio cercarti, mi sciogli via come fossi di niente mentre lentamente precipito. Senza mai smettere.
E continuo a scivolare ingenuo sulle trappole che mi tendi.


venerdì 14 dicembre 2007

Iperboli

L'errore è sempre quello di alzarsi. Ché lo sai che ci sono giornate che non ci si dovrebbe far cavare fuori dal sicuro del letto, neanche dalle cose impotanti.
Che c'è sempre domani per le cose importanti, e se non ci fosse domani nulla sarebbe poi tanto importante.
L'umore è già cupo al primo freddo del pavimento sul piede scalzo. Il sinistro da sempre, per una strana circostanza d'orientamento di tutti i miei letti. Peggiora con l'amaro del caffè. Precipita al gelo del ballatoio. Si schianta al fiato sul collo di certe amare incombenze.
I minuti trascorrono con aria di ore. Si comunica a mugugni e versi di cane. Le imprecazioni sibilano tra i denti avvelenati. Una giornata di sole gelido, da trascinare fino a sera.
Ma poi arrivano, inaspettate, voci che suonano come d'argento, che ridono in iperboli di parole. Voci amiche che
involontariamente liberano il sorriso incavato nel fondo.
Ci sono giorni che non si può fare altro che dire grazie, e immaginarsi lo sguardo stupito di chi non capisce il perché.

giovedì 13 dicembre 2007

Sinusoidale

Cammino inciampando. Che non è inciampare, talvolta, camminando. L'accenno alla caduta è costante, chi cammina con me conosce bene questa distorsione dell'andare che mi rende precario.
- Di oggi son sette - mi dicono spesso ridendo - dovresti avere finito, almeno per una dozzina di metri!
Un'instabilità del pensiero che cede alle gambe. Come un peso.
La caviglia si piega o scivola via il tallone da dietro, poi un balzo in avanti a ritrovare una pervenza di passo. 
- Non è successo niente! - provo a rassicurare chi si aspettava di vedermi cadere.
E riprendo a barcollare ridendo, come ubriacato da un desiderio di troppo.

mercoledì 12 dicembre 2007

Impressioni di dicembre

A volte ho come l'impressione che l'equilibrio sia solo una serie di movimenti armoniosamente scombinati in successione. Come correre sul filo, una questione di fortuna e assenza di vento.
Ecco, io ora ho come l'impressione di stare per cadere.

martedì 11 dicembre 2007

Hibiscus syriacus

La cucina è una calda macchia arancione. Poca luce di sodio bagna il bianco dei libri, parole come scritte a macchina sparse sul legno del tavolo. Il quaderno verde di appunti a matita è un seme di idea da far crescere nel giardino dei tuoi occhi.
Ti parlo muto. Con gesti sicuri delle mani.
Ma tu non rispondi e mi lasci annegare nei miei pensieri di fango.
Forse già dormi. O forse sei semplicemente crudele.
Però sei bella quando ti apri come un ibisco e mi rubi lo sguardo, quando lasci il tuo profumo invadermi l'aria e i sogni.
E io non so non pensarti.
Sei bella che fa male quando non fermi l'impeto delle braccia e delle parole, le mani sulla mia testa, la paura dimenticata sulla porta di casa. Quando dividi con me il chiaro dei sogni, quando mi sputi addosso il ventre nero di te.
Quando ti schiudi. E ti doni.
Poi è solo alba, di un'altra notte passata bianca.

lunedì 10 dicembre 2007

Il naso non dimentica

L'odore di bruciato non si sente quasi più. Non come dopo l'incendio di quattro anni fa che continuai a sentire il gusto del ferro nell'aria per giorni.
Il naso lungo e i bronchi che si chiudono come piante carnivore al tocco, togliendomi il respiro al primo afrore metallico, mi guidano verso la periferia della città. 
Sono strade che conosco bene per esserci nato vicino.
Davanti alla ThyssenKrupp c'è il parco enorme che da fiato ai palazzi accalcati sull'uscita della tangenziale. Ci si giocava spesso a pallone, la domenica mattina, prima che diventasse campo di mignotte.
I pompieri stanno qualche centinaio di metri più in là, mezzi schierati e facce da marinai.
Annuso l'aria.
Ora, l'unico profumo che si sente è quello della morte.
Di carne bruciata e dolore e pianto.
Un odore che si dimentica presto, nonostante l'apparente persistenza.
La notizia, a breve, non farà più ascolto a sufficienza, smetterà di suscitare sdegno e scalpore. Finirà questo sciopero solidale di rappresentanza, il lutto cittadino ipocrita e finalmente saremo di nuovo liberi di morire come bestie da soma a lavoro.
Di barattare la vita con l'acciaio. Di confondere il diritto con l'abuso.
Come tornati indietro di troppi anni in civiltà.

venerdì 7 dicembre 2007

Nostalgie d'ala sinistra

Le scarpe sono blu, di pelle affusolata, tatuata di cuciture in evidenza. C'è ancora un poco di fango secco tra i tacchetti, lasciato lì ad invecchiare per oltre un anno e mezzo.
Una scrollata di polvere chiara come sabbia.
Il tempo è passato veloce dall'ultima volta.
Mi emoziono di gesti conosciuti a memoria, ma levati a forza dal quotidiano dei giorni per la troppa fragilità delle caviglie.
Lanciare a terra la borsa nel freddo dello spogliatoio, infilarsi pantaloncini e maglietta, fasciare le colpevoli caviglie, mettere su i parastinchi, i calzettoni ed infine, con cura, le scarpe.
Intorno, il vociare allegro dei compagni: chi gioca dietro faccia attenzione al piccoletto col ventitre, è veloce e figlio di mignotta. Domenico, tu devi tornare, sennò vaffanculo. E tu, Miché, se fai tre gol ti offro la birra!
Mi alzo piano e pesto forte i piedi a terra, l'accrocchio arrugginito delle gambe pare tenere.
Il terreno di gioco è umido, l'aria gelata.
Due giri di riscaldamento e poi si inizia.
Con calma.
Che il vicino del primo piano, vedendomi uscire con la borsa mi ha gridato: "Fai attenzione! Ci si fa molto male giocando a pallone!".
Menagramo del cazzo! Ho mormorato filastrocche di scongiuro per tutto il tragitto: "Aglio, fravaglio, fattura che nun quaglia, capa e' alice e capa r'aglio, sciò sciò ciucciuè, vavatten ra casa mia.."
Il rito aprotopaico pare funzionare, la gamba risponde bene, nonostante siano quasi cinque mesi che non vado neanche in bici, l'asma non disturba più di tanto.
Si gioca. Andrea mette ordine dietro, Miché fa il suo dovere -cosa non farebbe per una birra!-, la mia fascia è presidiata. Mi faccio nemici tra gli avversari, come al solito, per la cocciutaggine di non voler mai levare la gamba. Mai. Testardaggine che ho pagato io per primo.
La partita finisce che mi sto accanendo da terra su un pallone a perdere. La mano tesa dell'avversario a farmi risalire è un piacere che avevo dimenticato.
Le ginocchia sanguinano, come il gomito sinistro, un livido grande come un arancia si leva sui lombi, un polso duole. Anche una caviglia, ma a queste ci sono abituato.
E poi tutto procede come sempre. La doccia, scroccare lo shampoo, i pagellini fatti ridendo, rivestirsi.
Ingollo quattro sorsate d'acqua fresca come una necessità insopprimibile.
Quando arrivo a casa m'assale un dolore lancinante al ventre e comincio a vomitare.
M'ero dimenticato solo che non si deve bere come un disperato nel gelo della notte, se vuoi salvarti dall'ira dello stomaco. 'ccidenti!

giovedì 6 dicembre 2007

Amaramente

Lascio la lingua diventare nera di liquirizia Barone Amarelli.
Il gusto amarissimo mi invade il palato, lo percorre tutto come un brivido nero, fino fermarsi proprio dove il naso sfoga all'interno della bocca.
Ora lo sento anche annusando questo sapore velenoso e cupo, un sapore che sta nel fondo della bocca. Mi piaga la gola a ogni respiro.
E mi piace.
Perché mi ricorda chi sono, questo suo non volere andar via.
Lentamente mi faccio anch'io nero, o forse è solo il primo sintomo della rabdomiolisi da Glycyrrhiza glabra.


[In fondo, il barone doveva essere proprio un genio del male.]

mercoledì 5 dicembre 2007

Aster

Respiro.
Contando. Uno, due. Uno, due, Uno, due.
Come a far ordine nel fiato che manca mentre un caos tumultuoso mi invade i pensieri, il dolore alla nuca è lancinante, come una mano che schiaccia il viso per terra e fa confusione tra le pile sghembe di idee male accumulate.

Oggi mi sono alzato così, di traverso.
Si confondono la stanchezza, il dolore al petto, l'umore cattivo dell'asma.
Cerco solo di fermarmi e aspettare che passi, questi sono giorni in cui ogni movimento inconsulto della lingua tende a distruggere. E io non voglio. Sono stanco di dovermi difendere da tutto e vorrei solo poter avere la quiete di fare, di stare finalmente scoperto, senza dover pensare sempre a proteggermi, a proteggere.
Ricordi sopiti vengono a galla dal fondo, lasciandomi senza parole.
Ricordi imputriditi nella memoria non ricordata.

Mio padre era morto da poco. Dopo cinque anni d'angoscia. Noi, avanzati alla vita, cercavamo di vendere il suo negozio di riparazioni TV -non i muri che non ci appartenevano, solo le attrezzature, la licenza- poichè nessuno era in grado di portare avanti l'attività senza di lui. Un laboratorio che era terzofiglio perchè nato gemello di sorelladue, qualche anno prima di me. Io venivo dopo, terzo degli umani, quarto comunque.
Il primo acquirente fu un ragazzo della mia stessa età il cui padre aguzzino ci offrì un pugno di lire per tutto. Troppo poco per il lavoro di una vita, ma noi si era disperati e uscire da quella via chiusa era diventata una necessità primaria.
Sopravvivere significava allontanarsi da quel buco che mi continuava a succhiare la vita.
Non ricordo nemmeno quanti anni avessi, so solo che erano pochi, troppo pochi per avere in mano il destino di una famiglia di femmine antiche, completamente affidate a ogni mio scatto d'inutile ira.
Firmammo il contratto un sabato pomeriggio di sole autunnale, intascai l'assegno e me ne andai a casa leggero, da lì sarei partito per fare me, la mia vita che era stata immobilizzata per anni.
La domenica sera correvo in auto per andare non so dove, avevo solo fame di spazi aperti. Una telefonata mi raggiunse al primo cellulare, di quelli neri, da mezzo chilo: il ragazzo di cui non ricordo il nome era morto la domenica mattina, seccato dal tram mentre passava i binari sulla sua moto. Un trafiletto per la cronaca nera del lunedì.
Forse ci aveva mosso la stessa fame di spazi aperti. In fondo eravamo identici e in qualche modo stavamo per diventare fratelli.
Andai a casa e strappai contratto e assegno. Come strappare la mia speranza per un futuro possibile.
Quel giorno mi sentii come maledetto.
Ripresi a lavorare il mattino successivo, c'era l'affitto da pagare, la spesa da fare, nessun'altra possibilità.
Rimasi come in galera per un altro anno oltre.


Sono pesi, questi, che mi salgono su come conati.
Cerco di fermarmi, perchè ora non serve a niente ricordare cose che fanno dolore. Ora è il momento di costruire, arrivato in ritardo di anni, ma giunto come qualcosa che credevo impossibile.

martedì 4 dicembre 2007

Dal vangelo secondo Fukuda

Mi ricordo quando tornavo a piedi da casa tua, gonfio di whisky, alle tre di notte. Che sull'angolo del corso ci stavano quei due travestiti altissimi. Sorridevano sempre e, con un cenno della mano, solevano dirmi:
- Ciàaaobbello! - con vocine delicate e baritonali, da antro di caverna.
Io ero contento, che bello non me l'aveva mai detto nessuno, allora.
Loro se ne accorgevano, perchè si vedeva che lottavo a trattenere un sorriso, e si proponevano con grande cortesia.
- Grazie davvero, signore - dicevo - per tutto. Ma per questa sera ho già dato.
- Peccato.
- Eh! Spiace quasi anche a me! 

lunedì 3 dicembre 2007

Sminchio

Oggi sono vuoto.
Che faccio eco.
Ma se io potessi scrivere, giuro che scriverei!
Invece, anche questo non volere dire mi sembra già sentito. Ma devo fare uno sforzo di memoria per capire dove l'ho letto.
Spremo le meningi, ma torna in mente solo il gatto che mi miagola affianco. Gli occhi bagnati dalla congiuntivite cronica e i peli ritti sulla schiena. Ha i calcoli alla vescica e mi chiama, come se io potessi togliergli la rena che gli duole nel ventre.
Non sono tanto bravo, purtroppo. Non so fare nulla che sia utile a nessuno.
Al massimo posso fare carezze, per alleviare. Lottare tra fauci e medicine, lasciarmi affondare gli artigli rabbiosi nelle mani, quando l'ago gli entra tra le scapole.
Arturo è un gatto sminchio.
Siamo fatti l'uno per l'altro.

venerdì 30 novembre 2007

Sala Gap: Once

Immaginate un cantautore di strada irlandese, chitarra sfasciata e peli rossi arruffati sulla testa. E una pianista cecoslovacca delicata e curiosa. Immaginate un'aspirapolvere trascinata come un labrador blu e il fondo di un bus riempito di accordi duri, tirati sulle corde grasse di un'acustica. Ascoltate le risate.
Provate ad immaginare poi la musica, il calore del lavoro condiviso, sentimenti che si fanno parola e suono.
Poi smettete. Che sennò vi raccontate un film che uscirà anche in sala, a breve.
Più di tutto ho invidiato il non avere il talento della musica.
Più forte, ho sognato di mettere su una band che fa solo parole, di notte.

giovedì 29 novembre 2007

Sala Gap: aspettando che si spengano le luci

Ginocchia: visto che film che ti ho scelto a naso? non sono una figata?
Fukuda: certo, belli! 
Ginocchia: no, dico sul serio, ma ti sono piaciuti?  
Fukuda: in che senso, scusa?
Ginocchia: nel senso che atté, cosa cazzo ti piace? che mica si capisce.. 
Fukuda: ammé, mi piace tutto quello che è arte, decadenza ed anarchia..
Ginocchia: e l'amore?
Fukuda: no, l'amore mi fa solo incazzare!!
Ginocchia: [tra i denti, ridendo] mpfh..

mercoledì 28 novembre 2007

Sala Gap: la ferrovia

Lei non ha un nome. È solo un sorriso splendido che attende in piedi sul bordo della banchina. Uno di quei sorrisi tutti fatti di malcelato imbarazzo, mascalzonaggine e tenerezza. Sta lì ad aspettare, nelle mani una busta di carta con dentro una tazza di caffè caldo, dei dolcetti coreani, il nuovo numero della rivista "Lo stagno".
Appena arriva il treno della metropolitana bussa sul vetro del macchinista e glielo porge. Lui non ha neanche il tempo di ringraziarla che deve già ripartire. Giusto un istante per chederle il nome. E come fa a conoscere a menadito i suoi turni ballerini, da mesi ormai.
Lei risponde con un passo fermo all'indietro. Ed il sorriso.
Il treno riparte con una sorta di sibilo doloroso del metallo.
Lei, che non ha nome, si avvia zoppicando verso il buio della galleria.
E non dirò altro per non svelare. Solo che non è la protagonista del film, ma una fugace apparizione.
Lei, che non ha nome, meriterebbe un film tutto suo.

martedì 27 novembre 2007

Sala Gap

Ci sono film in cui s'inciampa quasi per caso. Storie che non sai in lingue che non conosci.
Neve, freddo, tende da doccia, ragazzine senza tette, teste rotte negli ingranaggi del pensiero. Bambini, cani, bambini-cane.
L'immaginato scivola sulla realtà di ghiaccio crudo -non c'è mai via di fuga, neanche con la fantasia- tagliente al risveglio.
Vite frammentate, raccontate in frammeti caleidoscopici di schermo.
[Dannato splitscreen! E fantastico anche, nell'evocare l'anima spezzata e ritorta di Tracey! Solo che avrebbero dovuto dare topiramato per tutti all'ingresso dell'Ambrosio 1.]
O forse ci sono solo storie che devi ascoltare per forza, come un destino, una necessità. Come un richiamo di vite che non stanno nell'intero.
Intanto, per stasera, ho scelto di nuovo a istinto.
Vi dirò, magari, domani.

venerdì 23 novembre 2007

Spalancato

La pasta con le sarde, nella sua segretissima variante villarosana -ricetta tramandata oralmente sbagliata di madre in figlio- è un tripudio di sapori in contromano. Sarde, finocchietto, pinoli, uva passa, mollica.
Sui fuochi, l'acqua troppo dura non vuole cominciare a bollire e io sbuffo al suo posto, impaziente. Il sugo si stringe lento. Nella padella grande, i finocchietti buttano fuori acqua da lasciare evaporare.
L'improvviso tocco di nocche sul vetro mi distoglie dai fornelli.
Bestemmio e apro la porta d'istinto, senza chiedere chi è.
Mi ritrovo davanti due ragazzette poco più che ventenni, una tutta avanzi di dred e frangetta nera, anfibi e jeans larghi, coperti da un larghissimo vestito bianco, l'altra biondina, dall'aria puntigliosa e ordinata.
Con un filo di voce dall'accento francese mi dicono:
- Scusa, siamo rimaste chiuse fuori casa. La serratura si è rotta. Ci presti un cacciavite?
- Certo! - rispondo mentre comincio a frugare nella cassetta degli attrezzi.
- Siamo al secondo piano, noi. Ma nessuno ci ha aperto.
- Ma avete chamato i vicini, il padrone di casa, qualcuno? Il fabbro?
- Sì. Ma nessuno ci ha aperto.
- E siete dovute arrivare fin quassù per trovare un cacciavite? Che palazzaccio! - provo a sminuire mentre scendo con loro per dare un occhiata alla porta.
Le mie doti di scassinatore sono piuttosto scadenti. Non riesco a fare molto altro che smontare un paio di viti e levare la chiave incastrata. Ma di aprire non c'è verso.
Mentre aspettiamo il fabbro le invito salire, inutile stare sulle scale al freddo.
Prepariamo il caffè e offriamo loro paste di mandorla e frutta martorana.
- Che giargiani!- mi scappa di pensare.
Sono simpatiche Alice e Muriel, piene di quella cocciuta spensieratezza delle studentesse in Erasmus. Piene anche di un certo qual allegro appetito: mangiano come due minatori polacchi [ad occhio, direi fame chimica]. Fanno anche amicizia con l'ostile gatto Arturo mentre raccontano del loro primo anno a Torino, delle feste di architettura, delle scorribande in collina, del balon.
Il citofono interrompe le chiacchiere. Il fabbro.
Mentre scendono di corsa allungo loro un pacchetto di biscotti. Mi è sembrato gli siano piaciuti.

L'acqua, intanto, ha cominciato a bollire. Mentre butto duecentotrentotto grammi di penne rigate Garofalo mi capita di pensare che è bello lasciare porte sempre aperte.

giovedì 22 novembre 2007

Fisiognomica Lombrosiana Applicata

Ginocchia: ieri ho conosciuto la nuova fidanzata del Baro.
Fukuda: e com'è? 
Ginocchia: è di Soverato. 
Fukuda: in che senso, scusa?
Ginocchia: nel senso che ha caratteristiche fisiognomiche evidentemente calabre.
Fukuda: cioè? ha la figa che sa di peperoncino?
Ginocchia: mmh.. non so, non siamo diventati così intimi!
Fukuda: ..
Ginocchia: però, ora che mi ci fai pensare, ecco perché il Baro tiene sempre una bottiglia d'acqua vicino al letto..

[Disclaimer. Se io sono un idiota non è colpa mia. È solo che sono circondato da emeriti deficienti!]

mercoledì 21 novembre 2007

Arianna

La giornata comincia allegra.
Nonostante, intorno, sia tutto completamente grigio. Il cielo, l'asfalto, la pioggia sputata diagonale. Anche i colori paiono ingrigirsi, come di velo.
Una di quelle mattine da mettere su Disintegration ed ascoltarlo diciannove volte di fila, accucciato sul divano con il gatto sulla pancia.
Forse questo giorno voleva nascere in bianco e nero. Come un vecchio film francese.
[Ci sono giorni che manifestano volontà cinematografica propria].
Ma non fa nulla.
Oggi è nata Arianna. Secondanipote. Tre chili e sette, viola come tutti i nuovi nati -per quella sorta di allergia alla vita che ci prende appena fuori dal sicuro del ventre- e di zazzera nera.
Non la vedrò prima di Natale, Sorellauno è scappata lontano. Non mi godrò le scene allegre delle zie zitelle appiccicate al vetro di Primonipote:
- Guarda, guarda! Mi ha riconosciuta! Oh! Mi saluta!
- Oh, zia! E' che c'è il vetro e non si sente. Ma già parla e ti stava anche chiamando per nome.
- Te piantala di farmi ridere che mi si strappano i punti! - mi zittiva tenendosi la pancia Sorellauno.
Mi mancherà tutto questo.
Come mi mancherà addormentarmi di domenica pomeriggio col dito tenuto stretto da una minuscola mano. I giochi seduti per terra, cambiare pannolini lisergici senza respirare, i primi passi incerti, la mela grattata, il pomodoro con lo zucchero, le parole arrotondate, le paure, gli spunti di fantasia. Mi mancherà non potere essere zio come lo sono stato per Primonipote.
Ci capiamo, io e certi bambini.

martedì 20 novembre 2007

Nella nebbia

Il sonno agitato della notte mi abbandona poco prima delle cinque. A svegliarmi, un sogno che non ricordo.
O meglio, ho memoria solo della nebbia in cui mi perdevo, della solitudine di un albero di cachi e del bambino che portavo sulle spalle, avvolto in una coperta.
Null'altro.
Inevitabile alzari ed incappucciarsi nella felpa grigia. Fa freddo, prima dell'alba, quando si è così soli.
Vegliare chi dorme è come stare sott'acqua, ogni movimento dev'essere controllato, anche l'ansia. Il fiato va trattenuto con la paura, a farne una miscela improbabile di coraggio.
La solitudine che mi è più faticoso affrontare è proprio questa accompagnata.
Come quando vegliavo le notti deliranti di mio padre.
Inventarsi sempre nuove fondamenta su cui costruire un coraggio immaginato, perchè sai che gli altri si reggono sull'immagine di te.
Questa guerra non è mai finita.
Non finirà mai.
Come se io non esistessi se non dentro i contorni del dolore, se non affossato in una specie di trincea.

lunedì 19 novembre 2007

Dalla finestra

Fuori il cielo è bianco, come l'aria greve e gelata. Si sta facendo un lento buio di latte. Si sfaldano i contorni delle case intorno, come fosse di sabbia svanisce il rosso dai tetti, l'ocra dei muri.
La solidità delle cose è un errore di parallasse dell'occhio giulivo. Volessi allineare il cuore ai pensieri vedresti quanto sono fragile. Quanto tutto sia fragile. Vedresti che non sono stato io a farti quei graffi. Che non ho più unghia a furia di scavare la terra. Vedresti.
Il riflesso del vetro mi restituisce un lampo di me, addosso solo una specie di paura. Ho denti digrignati e orecchie tirate all'indietro. Zoppico sempre. È il peso di chi non c'è a trattenere il passo alla fuga.
Il vapore di un sospiro sbianca la tela.
Mento solo tacendo.

giovedì 15 novembre 2007

Di fronte alla TV

Siamo in tre sulle scale ad arrancare. Quattro piani sono davvero troppi con tutti quei chili da tirare su a mano, soprattutto se, arrivati in cima, si deve smontare il tutto perché non passa dallo stretto del ballatoio.
Smontare fuori, rimontare dentro. Manco fosse la tristezza di una nave in bottiglia.
Però, finalmente, dopo circa tre mesi di attesa ed alcuni ospiti accampati alla benemeglio sul pavimento, è arrivato il mio anelato divanoletto. Sta lì, proprio di fronte alla TV.
Accorrete numerosi, che devo ottimizzare l'acquisto ospitando a manetta!!
Sempre che Arturo vi ci faccia salire, visto che se ne è impossessato immediatamente!

mercoledì 14 novembre 2007

La consistenza della aria

Pensieri inconfessabili, oggi.
Pensieri che non c'entrano niente.
Come quando piove col sole e non si vuole smettere di giocare. Solo ridere e foglie, dita nella marmellata, gambe levate a una voce che chiama.

martedì 13 novembre 2007

Feritoie

Le mie notti sono quelle della sentinella.
Accucciato in una coperta di lana grezza, il moschetto dei sogni stretto in mano, veglio la malinconia che sta acquattata oltre la linea immaginaria del fronte.
L'armistizio del giorno lascia spazio a qualche ora di sonno.
Ma sono Giovanni Drogo che attende e non posso dormire.
Sento battere le ore. L'una. Le due. Le quattro. Ultime le sette, per potermi alzare e accendere il fuoco sotto il caffè.
Intanto scruto il buio, una serie ordinata di tetti rossi, di finestre che ad una ad una si spengono -un abbandono centellinato di giallosodio, l'aguzzo della mole che infilza il cielo. Infilare un apostrofo e scivolare qualche consonante più in là è un gioco che mi diverte in questa veglia solitaria: l'aguzzo dell'amore che m'infilza, dico al gatto che mi sta sulla pancia. Gli ho rubato la poltrona, spostandola vicino alla finestra, ma lui sembra felice di avere un compagno di caccia per questa notte.
- A caccia di chimere! - sembra incitarmi col giallo feroce degli occhi.
Il letto l'ho lasciato vuoto. Non ho cuore di avere un sonno diritto. Voglio svegliarmi con la schiena che duole, le ossa rotte di freddo, la gola che brucia, gli occhi pesti.
Ho fantasia potente a tenermi compagnia e la notte è tela che posso provare a dipingere.
Ci sono ritratti che faccio a memoria, unendo le stelle con la punta delle dita. Sono fatto di sali grezzi d'argento e certe luci taglienti si infliggono indelelbili nella memoria.
Stanotte, sono stato ad un ballo di ombre.

lunedì 12 novembre 2007

Di Domenica

Prendete un vecchio ex-carcere chiamato "Le Nuove", metteteci dentro una mostra d'arte contemporanea e, appena fuori dall'ingresso del primo, cupo corridoio, due cortesi signore che distribuiscono un volantino tagliente: "Che la parata dei paraculi abbia inizio! Si aprano le danze, i banchetti e le sfilate alle ex-Carceri Nuove di Torino, dove Ignazio Vian col proprio sangue, prima di essere impiccato, scrisse: meglio morire che tradire".
Dietro al foglio, le lettere dei condannati a morte.
L'allegria dei giovani artisti subito stride con il peso della storia che grava sulle sbarre. Sulla luce tagliata a striscie che decora il pavimento e toglie l'aria.
Non che non siano bravi, non che non abbiano originalissime idee spolverate di ovvietà in computer grafica.
É solo la completa assenza della memoria in un luogo che è memoria a sconvolgermi.
Lo stomaco mi si è torto ad ogni cigolio di cancello, come ad ogni parola fuori luogo. Già rotto dalla prima frase incisa sul muro del braccio femminile: "Qui si fa strage di sogni".

venerdì 9 novembre 2007

Imperfetto

Fukuda: oggi è una giornata troppo bella per essere così malinconici, guarda che sole, che colori autunnali, che riflessi sull'acqua!
Ginocchia: l'ho sempre detto che voi dark siete tutta una recita! fanculo!
Fukuda: [perplesso] ..
Ginocchia: [meditabondo] ..

[Silenzio. Il sole illumina un'aiuola piena di margherite candide, alternate con regolatità geometrica ad altri fiori viola. Qualche rafanobrassica definisce i contorni del lavoro dei giardinieri. Ginocchia guarda i fiori, poi Fukuda, poi il sole. Poi di nuovo i fiori. Infine si getta, scalciando e calpestando con rabbia, dentro l'aiuola.]

Ginocchia: [iracondo] e poi li odio sti cazzo di fiorellini di minchia! Tutti così maledettamente perfetti. Belli. Lindi. Interessanti. Intelligenti. E vaffanculo. La odio la perfezione, la odio!! La odio. Hai capito che ti odio?
Fukuda: [basito] ma che stai facendo?
Ginocchia: te fatti i cazzi tuoi!
Fukuda: dai, vieni via!
Ginocchia: [quietandosi] e dove?
Fukuda: diamoci alla macchia!!

giovedì 8 novembre 2007

Fichi secchi

Dei miei undicimilanovecentoquarantadue giorni ricordo i diciannove più cupi. Con lucida esattezza si sono incisi indelebili nella memoria.
La forma di mani, l'odore chiuso dell'aria, il vuoto che si apriva alla finestra.
Il tiglio giovane, che mi è fratello in linfa, lasciava cadere foglie come cuori. Tutte mangiate da bruchi di falena.
E poi suoni bassi di voce, fruscii di gambe leggere, qualche lacrima discreta.
Il senso della perdita.
Fossero persone, verginità, sentimenti.
Notti come ieri rivedo tutto come un film. Diciannove cortometraggi proiettati sullo schermo delle meningi. E i titoli di coda incollati con lo sputo.
Dei restanti undicimilanovecentoventitre giorni rimane il senso vago di una vita impilata come fichi secchi sullo spago. Allegra e triste. Felice e no. Liscia e aspra. Bella. Brutta. Storta. Retta. E l'infinito gioco dei contrari.

mercoledì 7 novembre 2007

Inettitudine #2

A me piaceva la mia inettitudine.
Che mi lasciava leggero e libero. Quasi distratto, all'apparenza. Come quando cammino con aria svagata, parlo da solo a voce alta e rido. Che la gente mi guarda stranita e allora posso solo arrossire: "No, non sono matto! È solo una storia che ho qui nella testa!".
Era il mio modo di dire che non ho catene da mettere, che non ne voglio.
Allora, vi prego, spiegatemi cos'è questa specie di peso nel petto? Il nodo in gola che non mi lascia dormire? I pensiero cupo che devo nascondere? No, non è gelosia, vero?

martedì 6 novembre 2007

Vetri rotti

Ci sono istanti in cui la realtà pare incrinarsi e i giorni essere invasi di improbabilità. Come crepe che si allargano.
Aspetto che passino, con lo scotch in mano.
Una volta ero bravo a riparare.

lunedì 5 novembre 2007

Mai di troppo

Il grande raccordo anulare è un anello di lamiere nervose. Famiglie stipate nelle utilitarie, affrante signore dalla sigaretta perennemente piantata in gola, coppie che litigano proprio affianco a me, bambini addormentati che lasciano segni di lumaca sul finestrino. E noi che cantiamo dentro una Maruzzella stipata all'inverosimile. Probabilmente le scarpe invernali della Prof basterebbero a farmi accusare di contrabbando.
Guido nervoso. Svicolo, come chiuso in una gabbia.
Torino è ancora lontana e continuo a non sapere dormire la notte.
La strada mi si apre improvvisa di lato, in una serie di strisce diagonali parallele. Ne approfitto subito per cercare di cavarmi di dosso il camion che mi appesta davanti. Una macchina azzura, da dietro, tenta la stessa manovra.
Mi chiude, li mando affanculo con gesto eloquente.
Accendono un lampeggiante. Vedo la paletta agitarsi nell'aria.
Cazzo - è l'unica cosa che riesco a pensare quando mi fermo di lato.
Mentre mi minacciano di ritiro della patente abbozzo una scusa.
- Agente, mi hanno chiuso a sinistra e mi sono infilato in quel poco di spazio. Io? Sorpassare così? Non oserei mai.
L'agente, occhiali scuri e cranio rasato, si china a spiare il nostro confuso abitacolo. Cappotti, scarpe, valige, una gerla piena di agli e cipolle, mele annurca, un piennolo di pomodori, la pastiera di Scaturchio.
Poi, fissa un poco la Prof.
Un poco troppo.
Allorché mi giro a guardarla anch'io.
Ha lievemente inarcato la schiena e si tiene il ventre. Sorride. Gonfia un poco la pancia e cerca di tenere l'aria seria e condiscendente.
- E fino a dove dovete arrivare?
- Torino.
- Vabbè, andate. Ma piano.
- Grazie, agente - sorride sgonfiandosi.

[Sia benedetto quel salvifico chilo, l'aria gioviale ed il cerotto Evra. Ma soprattutto il genio dell'improvvisazione.]

venerdì 2 novembre 2007

Ceramica

Certo, non si dovrebbe scrivere mentre ci si lava i denti, pendolando tra il lavandino e qui! Le persone a modo sanno come fermarsi a dir cose pensate.
Parlare, magari, di questo sole inaspettato che mi restituisce il taglio del sorriso, del coraggio di farmi la barba al vecchio specchio rotto. Di come ho riso stamattina, da solo per la strada, o delle parole rubate all'alba sottovoce.
Eppure, questa schiuma alla bocca è la cosa più sincera che possa dire ora.

giovedì 1 novembre 2007

martedì 30 ottobre 2007

Uggia

Ginocchia: Mi sento incompleto, Bilogo, come se mi mancasse sempre un pezzo. Come se non facessi mai abbastanza. Mai abbastanza bene.
Mi mancano pezzi a caso: certi giorni sono le gambe per reggermi, altri le mani per fare, a volte il cuore di credere, spesso il fegato per andare. Sempre un angolo d'anima.
Ed anche l'amore mi lascia come inadeguato.
Una vita spesa in mancanze.
Bilogo:  E se fossi tu?
Ginocchia: Ad essere mancante? è quello che pensavo, infatti!
Bilogo: No, a sentirti così. Se fosse un tuo limite caratteriale. Pretendere da te senza sapere valutare, senza valutare il peso degli altri. A me sembra che tu faccia le cose bene. Sei tu a vedere storto.
Ginocchia: Grazie, tu sei come sempre gentile. Ma io mi sento addosso un inquietudine che non mi molla. Come se non ce la facessi mai a vivere. Ma solo ad inseguirla, la vita.
Bilogo: Sei punto e a capo. Ti affanni.
Ginocchia: Senti, ma tu? Sei felice?
Bilogo: E' una domanda che non mi pongo più. Ne ho guadagnato in salute.
Ginocchia: Io non ce la faccio a non chiedere. A dire che non voglio sapere. Stai bene, tu?
Bilogo: Mmh.
Ginocchia: Ok. Sto zitto. 

lunedì 29 ottobre 2007

Non so

Il tempo ondeggia, un movimento instabile di mattonella rotta. Lo spazio si comprime e si dilata, come questi polmoni perennemente in spasmo di fiato.
Allora succede che cose lontane si facciano improvvisamente vicinissime. Immediate. A distanza di sputo.
E ciò che ci sta addosso, la notte, ci tenga fuori casa mostrandoci i denti. In un sorriso.
Che poi, tutto questo dire e non dire, significa solo che sono stato qui, perchè c'è gente che sa cose splendide e te le insegna anche senza metter su la faccia da maestra.
E tante altre cose. Che non so.


Io non so se questa mia vita sta spianata su un
buco vuoto. Non so se il silenzio che indago
é intrecciato alla mia sostanza molle.
Io non so se quello che cerco e ho cercato e
cercherò, non so se quello che cerco
é un insulto a quel vuoto.
Non so se questo fatto di non avere
un paio d’ali sia premio o castigo,
io non so se la polveriera
della mia inquietudine sia un trono
su cui mi siedo minacciato, se la fuga che
a scatti regolari mi pungola, se quel
puerile sogno di fuga sia uno sgambetto
d’angelo, d’un buffone d’angelo che
mi vuole inciampare.
Io non so se l’amore sia una guerra o una
tregua, non so se l’abbandono d’amore
sia una legge che la vita cuce fino al
ricamo finale. Io non so
che farmene di questi nemici che premono,
non so che farmene oggi di questo oggi e me lo ciondolo fra le dita perplesse,
non so parlare di quello che
è sentito nel profondo me, non so parlarlo
quell’essere che é qui presente fra le vite degli
altri.
Io non so perché guardando l’acqua del mare
mi salta in petto una gioia di figlio con la
madre. Non so se questa uscita mia in un secolo
a caso, se questo essere qui a casaccio,
io non so spiegarmi questa malattia
all’attacco del mondo, non so guarire
questa malattia che indolora e vorrei
sistemare ogni cosa, in un sogno puerile di
tregua, in un’arcadia anche retorica,
in un dormire abbracciato dei
guerrieri che si innamorano.
Io non ho capito e dovrei,
non ho capito il mondo della
vita, io non ho capito la legge sottostante
e non ho da fare la consegna a
questi cuccioli che aspettano, che esigono
da me l’aver capito.
[…]
Io non so se la bellezza è questa accademia di
centimetri, se la bellezza, la bellezza è questa
carnevalesca decadenza di saltimbanchi,
io non mi spiego la crocifissione
della grazia, e non mi spiego perchè
mi trovo in questo covo rivoltato
in questa fossa con gli orchi attuali
in questo lato barbarico della specie,
e non so perchè stando a occidente non si
ode quell’alleluia delle cose.
Io non so se in questa schiena
senza ali ci son grandi pianure da cui fare
il decollo, se in questa spina dorsale
ci sono istruzioni
per la manovra di decollo, se sono io la freccia
di questo arco della schiena, se sono io
arco e freccia, non so in quale mano
non mano o zampa di Dio mi stanno
torchiando, e sottoponendo al duro
allenamento dei dolori terrestri.
Io non so se la solitudine, se quello
strazio chiamato solitudine, se quell’andare
via dei corpi cari, se quel restare soli
dei vivi, io non so se quel lamento della
solitudine, se quel portarci via le facce
se quel loro sparire
di facce che avevamo dentro il respiro, non so
se il dono sia questo portarci via le
carezze, questa slacciatura.
E’ poco il poco che so e di questo
poco io chiedo perdono. Io chiedo
perdono per quello che so, perdono io chiedo
per tutto quello che so.


("Monologo del non so" da Parsifal, in Fuoco centrale e altre poesie per il teatro, di Mariangela Gualtieri, Einaudi, 2005)

venerdì 26 ottobre 2007

Autunno

Buio grigio di pioggia incombe dai vetri.
La luce gialla d'autunno si riflette sul legno spoglio del tavolo ikea. Sembra calda, la cucina, vestita d'arancio.
Lancio le scarpe bagante sull'uscio ed i vestiti umidi in terra. Equidistanti, come li avessi seminati. Clark, giacca, maglione, camicia. In fila sul pavimento.
Bagnato divento irrequieto ed indisponente.
La Prof sta seduta pacata davanti ad un cesto di castagne. Tiene qualcosa sul palmo della mano. Qualcosa che la fa sorridere e che io non riesco a vedere.
- Ciao - provo a dire mentre sgocciolo dai capelli.
- Guarda! - risponde lei tendendomi il palmo.
Ha il sorriso a mezzaluna, un sorriso che è meraviglia così tutto fatto di stupore e curiosità.
Nella mano ci sono tre piccoli vermi di castagna, grassi e tondi. Sembrano trovarsi a loro agio su quel palmo minuto, segnato da solchi leggeri.
Fossi un lettore di mani e tarocchi le predirrei una vita lieve e serena. Ma non possiedo magie e mi riesce solo di farle da peso.
Lei mi si scrolla di dosso e continua:
- Non sono i vermi più belli che tu abbia mia visto? Così teneri e chiattoncelli! Chissà che diventano poi?
Ed è bellissima in quest'istante di quiete, senza paure da niente.
Come libera anche da sé.


[Inevitabilmente, mi sorprendo ad innamorarmi di cose irragionevoli. Come di capelli castani lunghi che innescano bigatti su un amo ricurvo senza ardiglione. Uno a calzino e due a bandiera, per catturare le orate che non abbiamo mai preso.]

giovedì 25 ottobre 2007

Melecotogne

La marmellata di mele cotogne è il segreto che la nonna ha portato via con sé. Null'altro, credo, ci abbia taciuto.
Prima di mettersi ai fuochi, era solita mangiare uno spicchio di frutto, agro e allappusu, e farsi ancor più grinzosa nel volto. Solchi vericali dagli occhi alle labbra, radici agli zigomi, la fronte contratta. I capelli candidi, ingialliti dal tempo, stavano immobilizzati dalle forcine dello chignon. Tremavano un po', però, come se stessero tentando di liberarsi in scompostezza di circiuli.
Poi rideva e mormorava un'incoprensibile nenia.
C'erano in mezzo Manoverde, San Calogero e la storia di un pozzo.
Come se per cavar fuori il dolce delle cose bisognasse conocerne prima l'agrità. Una magia di consapevolezza.
Lavorava attenta, la vecchia, senza buttare parole nel mezzo. Neanche con noi bambini che la spiavamo un poco stupiti.
La marmellata nasceva gialla, compatta, dolcissima, conservando la lieve granulosità del frutto.
La salvezza autunnale di noi bimbi golosi, in epoca pre-nutella.

[Grazie, Yuki, per la suggestione di melacotogna.]

mercoledì 24 ottobre 2007

Dall'alba

Oggi la notte non vuole finire.
Sta come adagiata sul giorno. Greve, fredda, bagnata.
'La giornata non inizia per eccesso di ribasso', pare gridare la pioggia come un titolo di quotidiano.
Credo si tratti de "La notte ventiquattr'ore". Lo intuisco perchè lo strillone è in giacca e cravatta e non somiglia per nulla ad uno dei ragazzi della via Pal, come dovrebbe ogni strillone che si rispetti.
'Forse non ha abbastanza candele, oggi, il giorno!', commenta un signore coi baffi mentre lustra il verde al semaforo. Ha una scaletta a tre gradini ed un cane che borbotta vicino.
Un randagio, a giudicare dall'aria pulciosa e dal passo a tre zampe.
Lo osservo mentre lavora.
Pare felice, come se fosse pronto a partire.
Ma non faccio in tempo a chiedergli nulla. Il suo lavoro è eccellente ed il verde talmente brillante che mi obbliga a ripartire in un fischio di ruote.
- Frizione nuova, eh, Maruzzella? E cinghia di trasmissione. Da fare girare fino a Lontano!
Mi resta appoggiata alla nuca una domanda, però:
- Ma i lava-semafori di oggi, sono come gli accendi-lampioni di ieri? Gente che conosce il segreto di stare in silenzio?

martedì 23 ottobre 2007

Botanica due

Mi sorprende la tenacia delle piante e la loro livida astuzia. Nonostante l'apparente immobilità.
L'incendio che lascia solo macerie e donne piangenti e terra bruciata, il pino d'aleppo lo trasforma in vampa di calore. Per buttar semi e far nuovi germogli su quel che resta di sé. 
Vorrei poterla rubare, questa sapienza, al mio ficus. Alla begonia la bellezza e al ciclamino i pensieri al contrario.
E saper fare della cenere che ci rimane terra fertile.


[Nel caso di alcuni pini (ad es. Pinus halepensis) si deve sottolineare la presenza di "coni serotini", cioè strobili la cui apertura è resa possibile soltanto da alte temperature che, distruggendo il rivestimento di resina, permettono alle scaglie di aprirsi e di rilasciare i semi (Piussi P, 1994. Selvicoltura generale. UTET, Torino).]

lunedì 22 ottobre 2007

Mimica facciale

Cantine aperte tra le colline, per festeggiare gli ultimi grappoli di ottobre. Gialloscuro, dolcissimi. Una festa di paese come tante da giugno a ottobre. Solo più fredda.
Congelata la banda, il quartetto jazz all'angolo, il suonatore a manovella, i teatranti e i giocolieri. Stavano
appena bene il mangiafuoco ed il caldarrostaio.
Il mimo, astuto come talpa, stava rifugiato sottoterra. Tra le botti ed i curiosi.
Il mimo era una signorina di bell'aspetto, vestita da contadina, che raccontava con i gesti storie di masche [le streghe di queste terre generose]. Nascosta in un antro di cantina, era pronta a ricominciare la sua parte ad ogni passaggio di persona.
Io, curioso, mi fermai a guardarla.
Gli occhi erano verdi di strega.
Ma non avevo voglia di leggere il gesto del corpo che raccontava, non volevo conoscere l'avventura che l'aveva resa muta. Doveva essere stata una gran brutta vicenda, e paurosa, a giudicare dal suo muoversi sincopato su quell'improvvisato palco di pietra.
Sorrisi, dicendo: "Secondo me t'ha fatta muta l'orso! Perché sei troppo pettegola e dici male!".
Sorrise, avvicinandosi.
Giovanissima, capelli di cenere tirati all'indietro in un crocchio. La pelle era candida, lievemente arrossata dal freddo, le labbra screpolate e carnose. Il naso sottile era un punto rosso di freddo.
All'orecchio mi disse: "Son state le masche e non l'orso!! E' pieno, ovunque, di masche! Stai attento ai tuoi occhi di bosco!".
La voce era dolce, accento delle colline. L'ampio scialle grigio rivelava un corpo teso di muscoli e carne.
Era come se mi volesse salvare sul serio.
Poi la vidi scansarsi veloce all'indietro. Vociare di persone sulle scale. Una saetta di occhi azzurri inceneriva soltanto me.
"Bravo! - disse ancora la piccola mima - sei stato l'unico capace di farmi parlare!", come a spezzare l'incanto.

[Ma io conservo il gusto agro del miracolo della parola.]

venerdì 19 ottobre 2007

Crisalide

Oggi non ci sono. E non è nel vedermi, la presenza. Nella voce o nel peso della mano sulla spalla. Oggi non sono qui.
Come volato via.
Ad aspettare che il mondo si incrini come boccia di vetro.
Sorridendo.

giovedì 18 ottobre 2007

Baffi

Ho sempre desiderato avere baffi folti e la faccia irriverente. Baffi proiettati dal naso all'infinito.
Baffi come Magnum P.I. invece di queste labbra glabre.
Forse, in realtà, ho sempre desiderato essere come Magnum.
Per gli amici riottosi ed allegri, sinceri e sempre disponibili. Amici che non ti giudicano e che non ti negano. Fosse un passaggio in elicottero, dei soldi, due parole di copertura.
Amici come fratelli.
E un po' mi manca questa cosa.
Che io, per certe facce cupe, non direi mai di no.

 

 


 

mercoledì 17 ottobre 2007

Ocra

La mattina inizia presto. Troppo presto.
A volte mi sveglio che è ancora buio fuori. Me ne accorgo perché dalle tende filtra la notte. Non ho persiane in camera da letto, solo due tende piccole e spesse a coprire lo sguardo dell'abbaino.
Mi alzo che il gatto ancora dorme ed esco fuori, scalzo sulla pietra fredda del ballatoio. Mi piace tremare. Mi ricorda che sono vivo, di carne debole. Che la vita è essere disposti a tremare per qualcosa. Qualcuno.
C'è odore di silenzio nell'aria. La gente ha movimenti cauti prima dell'alba. Intorno solo poche luci accese. Calde.
Respiro il sapore dolciastro del biossido di zolfo, in alcune case hanno già acceso il riscaldamento. Dovrò ritirare la begonia nel sicuro arancio della cucina.
Rientro solo quando l'aria si tinge di giallo.
Le albe sono ocra, come i tramonti sono verdi.
Anche se nessuno se ne accorge mai. L'arroganza dei rossi che distoglie lo sguardo.

martedì 16 ottobre 2007

Pasionaria

Ti guardo.
Nascondi un segreto, appena sotto la pancia appoggiata di sbieco al lino delle lenzuola.
Ti guardo e sorrido della tua schiena bianca. 
Sfilo veloce le scarpe, l'orologio che potrebbe graffiarti, il primo bottone della camicia.
Ho bisogno di aria e spazio e movimenti ampi delle spalle per assecondarmi i sogni. Per lasciarmi condurre dai tuoi piedi veloci, od incerti. Spaventati o sicuri.
Due dita alle labbra, per scivolare meglio sulla tua pelle di carta.
Mi piace trovarti accogliente nel caldo del letto. Tuffarmi di sgembo nel tuo odore che era di pioppo, nel gesto flessuoso di rigirarti. Sfogliarti.
E infilarmi avido dentro di te a panciasotto. O supino, di lato, seduto in poltrona, a gambe incrociate. O.


[Leggere è anche questo, il corpo che si dispone in improbabili
posizioni da kamasutra.]

lunedì 15 ottobre 2007

Occhi gialli

Il gatto Arturo sbuca con un balzo dalla sua foresta personale. Era rigogliosa la nostra Spathiphyllum wallisii poco prima che la bestiaccia nera la eleggesse a sua dimora. Foglie lanceolate, grandi, verdescuro, qualche petalo altero-bianco di cui rimangono solo disordinati avanzi mangiucchiati.
Cammina lento in mezzo alla stanza. Le zampe sembrano scivolare sul pavimento.
Si siede proprio davanti a noi, la base del triangolo di cui lui è il vertice.
Io e la Prof siamo seduti in poltrona, ognuno nella sua, ognuno col suo libro. Ognuno col suo sonno di pensieri nella nuca.
Arturo ci guarda.
E noi, simulteanamente, iniziamo a contendercelo.
Lo chiamiamo per nome, gli facciamo il verso, fischiamo, miagoliamo. Grattiamo con le unghie sul jeans, ci battiamo le mani sulle cosce, poi sulla pancia, sempre più frenetici. La Prof lo irretisce con canto d'usignolo. Io lo minaccio, anche.
Provo a zittire lei che tenta di graffiare me, per distrarmi.
Intanto ci scrutano occhi spalancati gialli.
Il capo dondola da uno all'altro. Perplesso.
In uno sbuffo di vibrisse, si gira e se ne va.
Esplode uno starnuto di risate.
Forse abbiamo bisogno di due gatti per scaldarci la pancia dopo pranzo.

venerdì 12 ottobre 2007

La guerra dei mondi

Succede, a volte, che un marchingegno accrocchiato malamente nella mala-mente di un malo-soggetto, inaspettatamente, funzioni.
Succede che le parole sgorghino chiare, a delineare cose importanti. Per persone importanti.
Un pensiero blu di prussia sull'amore, uno verde sulla libertà. Un filo d'orizzonte a ricucirli.
Succede che il malandato malo-soggetto rilegga.
Succede che sorrida.
Succede che stia per premere 'invio'.
Succede che, all'improvviso, il monitor diventi blu.
E poi nero.
E poi da sotto si sentano dei bip strani.
Succede che vaffanculo.

Tanti e tutti insieme. Come un esercito di sorci.
V
affanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo!
E poi silenzio.

[Ed ora voglio la mappa per arrivare nel mondo delle parole perdute!]

giovedì 11 ottobre 2007

Ufficio brevetti

Oggi vorrei inventare un aggeggio.
Un aggeggio accrocchiato malamente. Ma che funzioni.
Una roba tipo un filo d'antenna da infilare nel naso -per pescare pensieri- quattro resistenze da otto ohm, un condensatore a massa e un motorino elettrico. Gli ingranaggi del caso e un doppio nodo al monitor.
Ecco, un ambradan del genere.
Perché qualsiasi cosa pensi oggi, se passa dalle dita, ne esce tutta storta.

mercoledì 10 ottobre 2007

Impreciso

L'alba buia di Ottobre mi lascia scorgere, del mondo, geometrie improbabili. Simmetrie che la luce nasconde con un gesto distratto della mano.
Strade dritte, silenzio, poche indaffarate persone. La radio che mi racconta la stessa storia ascoltata ieri da altra voce.
Ci sono luoghi dove il tempo ha fatto come un balzo in avanti. Un balzo brutale e violento che non vuol dire futuro.
C'è una generazione che non esiste più in un luogo del mondo non poi così lontano -il tempo l'ha saltata a pié pari- torturata nei garage e lasciata poi cadere nell'oceano.
Una generazione che non è la mia. Ma non di molto.
Una generazione che ha avuto il coraggio di. E non solo a parole.
Aggiro la retorica possibile scendendo dal marciapiede, come aggiro le anche nervose della fioraia e le sue rose.
Ma non posso non chiedermi del mio coraggio. E non sapermi rispondere.

martedì 9 ottobre 2007

Controllo farmacologico del pensiero

Succede, a volte, che la tartaruga d'acqua dolce che mi ha fatto casa nella boccia della testa smetta di galleggiare, silenziosa come sughero, e si metta, d'improvviso, a nuotare.
Dimentica, allora, il suo lavoro di cacciatrice di pensieri-medusa, che mi sfuggono lacrimosi dagli occhi.
Le zampe -ha artigli lunghi e forti- smuovono le acque torbide in piccoli vortici fangosi, il muso acuto sporge poco fuori dalla superficie liquida e gli occhi attendono, tesi, che qualcosa accada.
Pensieri-gambero schizzano fuori improvvisi e veloci, e astuti. Chele e corpi trasparenti. Pensieri all'indietro che se ne vanno via.
Tutto questo accade in fretta e io non lo capisco bene.
So solo che spesso ho una gran voglia di piangere e, insieme, il desiderio enorme di ridere con le mani sulla pancia.
A volte non capisco neanche ciò che sento, figuriamoci quello che scrivo mentre
con le dita tappo i buchi di questo colabrodo emotivo.

lunedì 8 ottobre 2007

Nuovi a venire

Sorellauno divide con me l'onere del naso. Un naso che -come il cognome- è il solo dono di nostro padre, e del suo, e di chi prima di lui. Unico vezzo patrilineare in una famiglia di donne dure, come intagliate nel tufo. Donne che sopravvivono a generazioni di uomini che muoino troppo presto.
La curva del naso di Sorellauno, però, è addolcita dal candore del sorriso e dal ventre arrogante. Otto mesi che spingono contro il vestito arancione. Dentro, una bimba che porterà un nome intessuto di sacralità. Un nome con cui, però, è stato ricamato il mito dell'abbandono.
Ma io questo non gliel'ho detto. Non glielo dirò.
Come col primo nipote, mi siederò a terra e aspetterò che le nostre vite si annodino coi fili del gioco e delle favole.

[Troppi chilometri tra noi, fratelli di naso. E un po' mi manca la fame improvvisa di pollo arrosto e patate unte, da dividere con me in una telefonata che somigliava ad un ordinazione. Ché la gola è un altro talento di famiglia ed un marito snello non da soddisfazione davanti al girarrosto Santa Rita come un fratello ingordo ed ubriacone.]

venerdì 5 ottobre 2007

Lecce

Lecce ti esplode addosso. In volute barocche di tufo.
Giallo, contro l'azzurro del cielo terso. Il collo prende una piega strana, volta verso l'alto. E dondola da un lato all'altro della strada.
Gli animali di pietra mi riconoscono cane, nonostante il vestito grigio e la giacca piegata sul braccio.
Mi possiede una specie di malia che mi impedisce di dormire. Mi butta in strada a qualsiasi ora, col naso all'insù.
[Il mio andirivieni è maledetto tra i denti dal sonno del portiere di notte.]
Notte nera sporcata di luci arancioni.
Cammino e fumo e parlo e rido.
Anche da solo.
Ho voci amiche che scorrono dentro.
E una città intera che mi fa da amante.


giovedì 4 ottobre 2007

Giorni di Con(v)(t)egno

La giacca mi dona, nonostante l'aria scanzonata e poco seria. Tutta colpa dei ricci, credo.
Il disagio lo nascondo bene, infilando le mani nel fondo delle tasche. Non sono tanto bravo a stare in mezzo alla gente.
Però ascolto. Ed imparo.
Non quello che vorrebbe insegnarmi la spocchia di certi baroni.
Solo il valore dei giorni. Che qua, tutti sembrano avere dimenticato.
Intorno mi girano femmine lustre. Sarà questo nuovo profumo o l'ipnotico dondolare della penna sul foglio. Faccio ritratti a biro di nuche.
- Scusi se la disturbo, ma non ho potuto evitare di leggere il suo nome sul cartellino -mi sussurra umida la più affettata di tutte- Ma lei è GaP, il figlio del famoso neurologo di Livorno?
- No, si è sbagliata, signorina! Non sono io.
- Ma sì, Daniele GaP, di Guido GaP, neurologo livornese!
- No, mi spiace. Solamente Daniele GaP, di Angelo GaP, radiotecnico italobelga.

[E quasi mi pento di non aver saputo mentire.]

venerdì 28 settembre 2007

SMS

In support of our incredibly brave friends in Burma: may all people around the world wear red shirt on Friday, September 28. Please forward!

[È poco meno di neinte. Ma io l'ho messa.]

giovedì 27 settembre 2007

Tappabuchi

Ma è un buco quello che ho qui nella testa? Quello da cui scivolano fuori cose che non vorrei dire? Ricordi da dimenticare? E questa roba appiccicaticcia sulla faccia? Profuma di granchio ed ha un sapore amarostico. Sono i pensieri che non vorrei pensare?
- Donne! È arrivato l'arrotino!
Ma a me servirebbe solo un buon stagnino.

mercoledì 26 settembre 2007

Nobel

Il mio talento è l'aspettare.
E la curiosità dello scienziato che mi fa sbiancar le tempie.
È caduto il cielo, stanotte, sul mio tetto di coppi rossi. Come risposta nuova ad una domanda vecchia, che faceva eco tra i palazzi ocra.
Il cielo è fatto d'acqua.

martedì 25 settembre 2007

Salvagente

Uomo in [alto]mare!
Uoooomo in [alto]mare!
Uoooomoooo in [alto]mare!
Uoooomoooo in [alto]maaaare!
Uoooomoooo in [alto]maaaareeee!
Oh! No, niente! Non c'è più nessuno!


[Se qualcuno mi venisse a salvare, gliene sarei anche grato. Sommersi non si sta poi male, ma comincio ad avere voglia di un bicchiere d'aria!]

lunedì 24 settembre 2007

Dita

Le dita non sanno resistere. Cercano la consistenza appiccicosa della marmellata sul bordo del vasetto. Pesche e fichi. Che è come aver messo l'estate dentro un barattolo.
La meraviglia, certe volte, passa anche dalla bocca.
Guardo la signora Piva di sbieco. C'è del genio tra quei capelli di rame. E nelle mani -con cui governa il sambuco ed il gelso per farne confetture dense e scure- sapienza di maga.
Intanto, l'estate muore su quest'aia piena di gatti. Muore di domenica, accasciata su colline selvagge di ontani e carpini. Ed io, che non sono formica, faccio lucido con le dita il fondo del mio barattolo d'estate.
All'inverno ci penserò col freddo.

giovedì 20 settembre 2007

Rivoluzione naturale

Da una stanza all'altra della microcasa.

Prof: [gridando] ginocchia, presto, corri! Aiuto!
Ginocchia: [serafico] che succede?
Prof: [allarmata] Aiuto! M'è scoppiata la patata!!
Ginocchia: [terrorizzato] Ommioddio!!

La scena in cucina è raccapricciante.
La Prof sta accucciata vicino al portaverdure. Da una patata, scorre sul pavimento un liquido oleoso e mefitico. Per fortuna, però, le cipolle di Tropea sono salve. Per fortuna, soprattutto, non si tratta della patata a cui avevo pensato io!
Intanto, un'altra pata-bomba mi viene passata con delicatezza d'artificiere. È nera e molliccia.
Filo blu o filo rosso?
Ma ci vuole il genio di Tom Cruise per disinnescare un ordigno del genere. Genio che io non posseggo. E poi questo non era un film d'azione. Era una tragicommedia, fino a ieri. 
Inutile dire che l'eroe che c'è in me ha lasciato detonare la pata-bomba nel cestino dell'immondizia e si è armato fino ai denti di mocio vileda per vendicare una Prof affranta.

[Ma inizio a sospettare che la ribellione della natura contro l'umanità stia cominciando proprio dalle patate.]

mercoledì 19 settembre 2007

Cane

M'imbriglia questo mondo di troppi cavilli. E ingiustizie.
Che sento il laccio al collo stringere forte e una specie di rabbia ferirmi i giorni.
E non so cosa fare.
O forse, solo, non sono fatto per stare in mezzo alla gente.

martedì 18 settembre 2007

Rette parallele

La strada di casa è una fila di mostri a sei zampe. Lavori di metropolitana scavano buchi per terra da cui la città vomita colonne immobili di auto scure, a forma di insetto. Dorsi lucidi di pioggia appena spiovuta.
Io mi chiudo in Maruzzella -la macchina verde della Prof- che è cavalletta e canta solo canzoni napoletane. Ti sei fatta 'na veste scullata. È insetto che salta, soprattutto le code, scivolando nel giallo della corsia dei bus, inventando scorciatoie in vie secondarie. Tagli paralleli nel reticolo delle strade intasate.
Finisco così per lasciarmi guidare dai vuoti in una via di vecchi palazzi e grandi portoni. Pochi negozi. Una signorina ad ogni angolo. Belle di gambe tornite e scollature profonde, alcune. Di sorrisi gentili e curiosità, altre.
Una strada ad imbuto che non ha vie di fuga.
Maruzzella si arrende al passo di cane che deve tenere.
Femmena, tu sì 'na malafemmena.
Qualcuno davanti a noi comincia a suonare il clacson. Ossessivamente. Un finestrino si abbassa. Grida. Le solite.
- Muoviti! Coglione! Non vedi che non c'è nessuno!
- Oh, scusa! Mi dispiace. Ma non vedi che io sto andando a mignotte? - è la sincera risposta del capofila-lumaca mentre apre la portiera ad occhiali da sole e tacchi da dodici.

lunedì 17 settembre 2007

Affare fatto

Questa giornata inizia di plastica bianca. Come stare dentro una scatola piena di campioncini di profumeria.
Sarà che è lunedì.
Faccio le cose di sempre. Ma non fanno male come sempre, tutto mi appare sminuito e ridicolo. Affannato e ridicolo.
Forse è solo il sonno. Sì, sono ancora addormentato. Che la notte sto sù e penso alle cose che di giorno non esistono.
Ai ragni che nascondo alla furia del piumino. Li faccio scappare verso il sicuro di un angolo alto, dove solo io posso arrivare. Da lì organizziamo la resistenza.
Voglio una ragnatela che mi protegga dagli incubi. Una ragnatela di seta fine come un merletto intorno al soffitto.
E poi rivoglio di nuovo qui tutti i miei animali: mio fratello l'orso marsicano ed il gorilla di montagna.

Avevo un orso, da piccolo, un orso di pezza come tutti i bambini. Però il mio era della provincia di l'Aquila. Un orso di quelli a cui si scucivano gli occhi e si allungavano le orecchie a furia di trascinarseli dietro, ovunque. Ade gli rammendava le ferite con stoffe colorate e sostituiva occhi di vetro con bottoni di nero lucido. Lui, intanto, mi raccontava la vita degli orsi. Del significato dei segni lasciati con gli artigli sugli alberi, dei favi di miele, della sentanza di morte che pendeva su Winnie the Poho per avere vilipeso il sacro ordine dei plantigradi.
Era mio fratello, l'orso. In una casa piena di sorelle, un fratello è importante.
Noi siamo gente che non sa trattenere. Gente di libertà.
Così, quando un giorno Ade mi disse che si raccoglievano dei giochi per i bimbi poveri, scorsi nell'occhio a bottone di Orso un riflesso di curiosità.
E non lo trattenni.
Solo, gli feci cucire ben stretto quell'occhio, gli misi indosso la mia tuta gialla -quella portafortuna- e gli diedi tre consigli di paglia.
Non ti infilare mai sotto i letti di notte, era il primo. Degli altri ho perso memoria.
Partì su una nave a forma di scatola in cui si erano imbarcati anche qui, quo e qua.
Ed io non dormii per sette notti.
Poi crollai di sonno sul lavandino.
 
Quando tornò, qualche mesi dopo, Orso si era trasformato in un cuscino. Sottile e tosto, con addosso una federa di lino ricamata dalla nonna. Ma di notte si tramutava di nuovo in un orso. Non più di pezza, ora, ma una bestia di peli e calore e fiato che puzzava.
Da allora viviamo insieme, io e Orso. Ogni notte insonne la dividiamo in un incrocio di chiacchiere e grugniti e bestemmie.
Sta sempre lì al suo posto sul letto.
Che quando mi capita di fare all'ammore in camera -prediligo la cucina, di mio, forse per colpa di un'irragionevole ingordigia- lo prendo e lo lancio nel corridoio.
Certe cose si fanno in privato. O almeno, a me piace così.
- Ma che stai facendo?
- Oh, nulla! Non ti preoccupare, cara..
- Ma il cuscino..
- Il tuo basta e avanza..
- Ahi..
- Ops..
- Aah..
- Mmh..

E poi penso che sia una gran fortuna avercelo, un orso con cui parlare.
Soprattutto quando si è così stolti da chiedere tre giorni di insonnia. E tanto fortunati da riuscire a ottenerli.